Il Libretto rosso del nuovo leader
Il pensiero economico di Giulio Tremonti è, innanzitutto, il pensiero economico di un politico. E il Manifesto che sopra anticipiamo (in sintesi dell’Autore) lo conferma: l’economista Tremonti è creativo e sintetico come soltanto un politico potrebbe voler essere, oltre che contraddittorio e approssimativo come soltanto a un politico torna utile mostrarsi. Così, quindici anni dopo l’uscita del suo libro-manifesto “Stato criminogeno”, l’ex ministro archivia definitivamente il liberismo originario e preferisce polemizzare contro la “distruzione creatrice” imposta dalle riforme montiane e la speculazione finanziaria imperante.

Roma. Il pensiero economico di Giulio Tremonti è, innanzitutto, il pensiero economico di un politico. E il Manifesto che sopra anticipiamo (in sintesi dell’Autore) lo conferma: l’economista Tremonti è creativo e sintetico come soltanto un politico potrebbe voler essere, oltre che contraddittorio e approssimativo come soltanto a un politico torna utile mostrarsi. Così, quindici anni dopo l’uscita del suo libro-manifesto “Stato criminogeno”, l’ex ministro archivia definitivamente il liberismo originario e preferisce polemizzare contro la “distruzione creatrice” imposta dalle riforme montiane e la speculazione finanziaria imperante.
“Destra e sinistra pari sono”, è uno degli slogan con cui il politico Tremonti scende nell’agone elettorale, oltre che intellettuale. Dove “destra” è sinonimo (della caricatura) di liberale e liberista: “La destra (…) vuole la ricchezza – si legge infatti nella versione integrale del documento tremontiano che verrà presentata oggi anche in rete – ma senza le nazioni, perché si può fare a meno dello stato, se si venera il denaro come un feticcio pagano; pensa che davvero ci possa essere libertà personale senza sicurezza sociale”. Mentre la polemica contro la sinistra assume i toni del populismo più raffinato, stile Christopher Lasch della “Ribellione delle élite”: “La sinistra ha per suo conto tagliato le radici con il passato – scrive Tremonti – è avversaria delle tradizioni, è diventata più cosmopolita che internazionale, in marcia verso il nuovo e il diverso, questi intesi come espressione dell’ideologia del progresso: immigrazione, come chiamata del popolo di ricambio, nuovo e più docile di quello vecchio; e poi ancora ‘famiglie orizzontali’”. Se non è a destra e non è a sinistra, dove si colloca Tremonti? Sicuramente ha trovato ospitalità nell’idea di nazione, lo dicono le citazioni dell’Inno di Mameli e poi l’obiettivo finale della nuova battaglia da combattere “per uscire dalla trappola, per spezzare la catena della nostra sopravvenuta dipendenza dalla speculazione finanziaria internazionale”.
Se il traguardo della politica italiana deve essere in futuro quello dell’autodeterminazione del paese, il nemico non potrà che essere il “colonizzatore”, che nel Manifesto tremontiano ha le sembianze della Germania o perlopiù quelle del “colossale, nuovo e mai visto blocco del potere finanziario”. Lo spauracchio della finanza anglosassone è paradossalmente lo stesso agitato dall’attivista americano Lyndon LaRouche, lettura prediletta dal presidente della sezione italiana dell’Aspen Institute. (Non a caso fu LaRouche, l’anno scorso, a interpretare la campagna per la crescita di questo e altri giornali italiani come l’attacco di una lobby bancaria – “la sezione italiana del gruppo Inter-Alpha” – contro “il ministro dell’Economia Tremonti, fautore del Glass Steagal act”). Quale che sia l’ispirazione, i più tremontiani leggeranno e subito dopo loderanno la decisa reprimenda degli eccessi della finanza che hanno fatto da detonatore della crisi. I più antitremontiani faranno invece il paragone tra l’attuale virulenza anti bancaria e la sensibilità che l’ex ministro ha sempre manifestato, soprattutto dopo l’esperienza della defenestrazione dal Tesoro nel 2004, verso le ragioni delle nostre fondazioni bancarie e degli istituti di credito (frecciatine retoriche a parte, si intende).
L’enfasi sulla sovranità nazionale e la passionale inimicizia verso lo strapotere finanziario, però, sono gli addobbi retoricamente più luccicanti di una interpretazione tutta geopolitica della crisi attuale. “Siamo in guerra. Dentro una strana guerra: economica, non violenta, ‘civile’ e per questo diversa da quelle del passato – è l’incipit del Manifesto – Soprattutto una guerra economica. Ma pur sempre una guerra!”. I punti esclamativi potrebbero sembrare fin troppi per un politico che ha fatto su e giù dalla sedia di Quintino Sella per quasi un ventennio. C’è ancora da stupirsi, o da urlare, dopo che si è stati assidui frequentatori e protagonisti di tutti i principali vertici europei e internazionali dell’ultima decade?
Comunque sia, è indubbio che l’analisi dei conflitti egemonici che si celano dietro la crisi dei debiti sovrani europei è tutt’altro che marginale o poveramente argomentata. Non c’è bisogno di essere dei complottisti, ragionano oggi autorevoli membri dell’establishment italiano tra Roma e Washington, per accorgersi che dalla recessione prolungata di alcuni (Italia e molti altri) e dalla resistenza straordinaria di altri (Germania e pochi altri) potrebbe uscire un’Europa fortemente rivoluzionata, magari con una svolta federale da negoziare negli anni a venire con Berlino in una posizione di forza relativa e con tutti gli altri in caduta libera o quasi. Va in questo senso la principale proposta tremontiana per invertire le sorti del paese, un’idea già sostenuta tra gli altri dall’ex ragioniere dello stato, Andrea Monorchio: si tratta in sintesi di far progressivamente tornare in mani italiane il debito pubblico, in modo da contenere i possibili effetti destabilizzanti della speculazione. Che possa funzionare è ancora da dimostrare, visto che già da qualche mese è diminuita la quantità di titoli nei portafogli stranieri senza che questo abbia contribuito a far calare i rendimenti. D’altronde le proposte di politica economica di Tremonti, è noto, sono “ad alta intensità politica”, e quindi suscettibili di revisione per adeguarsi e intercettare lo spirito dei tempi.
Comunque sia, è indubbio che l’analisi dei conflitti egemonici che si celano dietro la crisi dei debiti sovrani europei è tutt’altro che marginale o poveramente argomentata. Non c’è bisogno di essere dei complottisti, ragionano oggi autorevoli membri dell’establishment italiano tra Roma e Washington, per accorgersi che dalla recessione prolungata di alcuni (Italia e molti altri) e dalla resistenza straordinaria di altri (Germania e pochi altri) potrebbe uscire un’Europa fortemente rivoluzionata, magari con una svolta federale da negoziare negli anni a venire con Berlino in una posizione di forza relativa e con tutti gli altri in caduta libera o quasi. Va in questo senso la principale proposta tremontiana per invertire le sorti del paese, un’idea già sostenuta tra gli altri dall’ex ragioniere dello stato, Andrea Monorchio: si tratta in sintesi di far progressivamente tornare in mani italiane il debito pubblico, in modo da contenere i possibili effetti destabilizzanti della speculazione. Che possa funzionare è ancora da dimostrare, visto che già da qualche mese è diminuita la quantità di titoli nei portafogli stranieri senza che questo abbia contribuito a far calare i rendimenti. D’altronde le proposte di politica economica di Tremonti, è noto, sono “ad alta intensità politica”, e quindi suscettibili di revisione per adeguarsi e intercettare lo spirito dei tempi.